INCONTRO DIBATTITO "ASSISTENZA SESSUALE ALLE PERSONE DISABILI GRAVI"
Verbale redatto in forma stenotipica
S F I D A

Sindacato Famiglie Italiane Diverse Abilità
Segreteria provinciale (Lecce)
Via
Gallipoli n. 68 – 73048 NARDO’ (LE)
Codice fisc. e P. Iva: 03953050758
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http://xoomer.alice.it/sfidalecce/
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Galatina (LE) – Quartiere Fieristico
26 GENNAIO 2008
INCONTRO DIBATTITO
“ASSISTENZA SESSUALE ALLE PERSONE DISABILI GRAVI”
Con i patrocini di: Regione Puglia, Provincia di Lecce, Comune di Galatina
Verbale redatto in forma stenotipica
puoi leggerlo e stamparlo anche in formato .doc - clicca qui
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Coordinatore del dibattito:
Giornalista Radio Rai Uno
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Saluto dell’Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Galatina
Dr.ssa Maria Rosaria Romano
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Sono intervenuti:
Docente di Psicologia Generale
all’Università di Perugia
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Sintesi della relazione scritta - clicca qui
Assistente sessuale
(In collegamento telefonico da Zurigo - Svizzera)
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Foro di Lecce
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Dr. Pietro Manni
Consigliere Regionale – Reg. Puglia
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Vito Berti
Segretario provinciale SFIDA (LE)
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Camera dei Deputati
Membro della XII Commissione – Affari Sociali
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Dr. Francesco Farì
A.S.L. LECCE
Direttore del Servizio Centrale di Riabilitazione
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Ing. Andrea Ricciardi
Segretario nazionale SFIDA
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Coordinatore del dibattito - Dr. Stefano MENSURATI
Il tema è molto spinoso da qualunque parte lo si guardi. Pensiamo all’aspetto psicologico naturalmente che è il più importante, ma possiamo anche riferirci all’aspetto etico, all’aspetto religioso, economico, sociale, giuridico. Credo però che ci sia un vizio di fondo in questo tipo di ragionamento, e cioè che quasi si intende incominciare a costruire la casa del tetto. Mi spiego meglio: una richiesta di questo tipo, l’assistenza sessuale ai disabili gravi, poggia su basi deboli perché prima ancora di questo tipo di assistenza, quello di cui hanno bisogno i disabili è di un altro tipo di riconoscimento, secondo me fondamentale, ancora più importante, ma molto più importante, cioè il loro diritto alla sessualità. Questo è un diritto che ancora in Italia non viene riconosciuto e non viene riconosciuta una cosa molto elementare, cioè che la persona disabile prova esattamente le stesse pulsioni di chiunque altro e quindi ha gli stessi diritti a dare e ricevere amore secondo le modalità e le possibilità di cui è capace. Ecco che questa consapevolezza in Italia non sia maturata lo si va ripetendo periodicamente in tutti i convegni. Ricordo uno degli ultimi nel giugno scorso che era intitolato “Sessualità e disabilità verso un riconoscimento della sessualità”, quindi si parla della necessità di questo riconoscimento che evidentemente non c’è, un convegno al quale ha partecipato il professore Federici che tra breve prenderà la parola, organizzato dall’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. Dico questo non per sottrarmi naturalmente all’argomento di questa sera, ma perché credo che l’obiettivo dell’assistenza ai disabili gravi non possa essere disgiunto da uno sforzo davvero importante a tutti i livelli per il riconoscimento pieno della sessualità dei disabili.
Comunque, sentiremo prima l’amico svizzero perché magari deve andare via. Allora, a questo punto credo che un ringraziamento particolare - non è il luogo dei ringraziamenti questo perché è il luogo dei ragionamenti - debba essere rivolto al Comune di Galatina che ha avuto il coraggio, nella persona del Sindaco, ma anche nella persona dell’Assessore Maria Rosaria Romano che è l’Assessore alle Politiche Sociali e che è qui presente con noi, di aderire a questa iniziativa, di promuoverla; insomma, è un argomento davvero ostico e ce ne rendiamo tutti quanti conto, e quindi onore al merito. Vorrei sentire Maria Rosaria Romano e sentire un po’ che cosa ne pensa di questa problematica.
Ass. Maria Rosaria ROMANO – Buonasera a tutti. A me il compito di porgere il saluto da parte dell’Amministrazione, oltre che personale, a tutti i convenuti ed a tutti i relatori autorevolissimi. Un ringraziamento particolare va a “SFIDA” nella persona di Vito Berti, per averci offerto l’opportunità, con le sue provocazioni continue, di riflettere su temi e vissuti della disabilità che il più delle volte vengono considerati marginali. Quello di questa sera è un argomento particolarmente delicato in quanto riguarda un aspetto della vita di un essere umano di cui spesso è difficile anche solo parlare perché legato a tabù, a maggiore ragione se si riferisce ai disabili che spesso vengono considerati asessuati; la sessualità come parte integrante di ciascun individuo. Nell’handicap purtroppo non è un dato acquisito e per questo si parla di sessualità negata. Personalmente più che di sessualità preferirei parlare di affettività nel disabile quale realtà complessa in cui coesistono spinte biologiche, dinamiche, emotive, valori personali, istanze culturali. Una condizione in cui si intersecano il piacere di comunicare rispetto alle proprie sensazioni, con il piacere di ricevere sensazioni dagli altri, con i gesti, con la voce, con lo stare insieme, con il corpo, le modalità di relazione, gli eccessi e gli scrupoli connessi a questa realtà. Esiste una tendenza diffusa per cui la sessualità è associata alla bellezza, all’avvenenza, all’affermazione sociale, mentre è tendenzialmente negata a chi non risponde a questi requisiti. Per comprendere e affrontare in maniera adeguata la problematica bisogna innanzitutto fare una distinzione, secondo me, tra disabilità fisica, in cui ci troviamo di fronte ad un’ incapacità di fare, e disabilità psichica, in cui abbiamo a che fare con un’incapacità nella responsabilità di fare. In generale, alle persone disabili non viene garantita una giusta informazione di educazione alla sessualità e per le donne disabili il quadro è ancora più complesso. Infatti, nell’immaginario collettivo si ritiene che la donna possa prescindere dall’appagamento sessuale, mentre all’uomo è maggiormente riconosciuta la possibilità dell’istinto e delle pulsioni sessuali. Pur tuttavia bisogna stare attenti a non utilizzare anche inconsapevolmente la sessualità come una sorta di cura illusoria per tamponare problematiche diverse e solo in parte connesse con questa tematica. Penso ad esempio alla aggressività ed al senso di impotenza e inutilità della stessa persona disabile. La sessualità è un comportamento appreso e come tale va insegnato, pertanto ci dovrebbe essere una educazione alla sessualità che possa coinvolgere tutta la rete che si relaziona con il disabile, a partire dalla famiglia e la scuola. Bisogna trasmettere che ci sono tempi e modi per vivere la sessualità, ma principalmente non trascurare il silenzio, l’imbarazzo e l’invisibilità che spesso la diversità evoca. Il disabile deve essere aiutato e stimolato nella conquista delle proprie potenzialità nel campo affettivo, sessuale, interpersonale, sociale e creativo per facilitare l’accettazione della propria diversità. Ciascuno deve lottare per farsi riconoscere nelle proprie diversità e rinunciare al pensiero magico di poter modificare ciò che purtroppo modificabile non è. Accettare il proprio corpo con le sue limitazioni, con le sue incongruenze, con le sue facili deperibilità, acquisire adeguate modalità di vivere e agire la sessualità. Pertanto ci auguriamo che questo incontro possa gettare le basi per l’avvio di un percorso in cui chiunque viva una condizione di disagio possa essere supportato per affrontarlo e superarlo nella maniera più adeguata. Grazie.
Stefano MENSURATI – Ringrazio Maria Rosaria Romano, Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Galatina. Prima di dare spazio alla relazione del professor Federici, che poi sarà un po’ il fulcro intorno al quale ruoteranno poi anche gli altri interventi. Vi do, come promesso, qualche rapido elemento sul sondaggio di disabili.com, un sito visitatissimo; pensate, 650 mila contatti al mese, 120 mila navigatori, insomma, un sito di tutto rispetto. Ho detto prima che il 77% dei disabili è favorevole all’assistenza sessuale, di questi il 44% prenderebbe personalmente in considerazione questa proposta, il 26% accetterebbe, però con la presenza di professionisti, quindi vengono poste delle condizioni; il 7% non ne farebbe uso, ma non ci vede nulla di male, e tra i contrari c’è un 5% che motiva che è proprio no all’iniziativa perché sarebbe come legalizzare la prostituzione. Per quanto riguarda il proprio rapporto con la sfera sessuale il 27% degli intervistati dichiara di non fare sesso ed il 12% ricorre alla masturbazione. Sul grado di appagamento il 20% lo ritiene estremamente limitato a causa della propria disabilità e solo un rimanente 24% ritiene il proprio rapporto con la sessualità soddisfacente. A questo punto lascerei volentieri la parola al professore Stefano Federici, professore associato di Psicologia Generale e Psicologia della Disabilità all’Università di Perugia e docente anche di Psicotecnologie dell’Adattamento e dell’Integrazione di Psicopedagogia della Disabilità alla Facoltà di Psicologia della Sapienza di Roma. Il professor Federici, tra l’altro, studia da diversi anni queste tematiche ed è autore anche di alcuni importanti pubblicazioni sull’argomento.
Prof. Stefano FEDERICI - Avevo preparato delle diapositive (clicca qui per visualizzarle) anche per mostrarvi alcune immagini di alcuni disabili mentali che hanno frequentato un corso di educazione sessuale e che avevano espresso poi quello che loro avevano compreso della propria corporeità e della sessualità, è molto interessante, ma mi spiace che non ve le possa mostrare. Vi posso lasciare le slide, si può fare una pubblicazione o potete anche andare a consultare il mio libro dove sono riportate. Grazie per essere stato invitato. Quindi, vado un po’ a braccio, anche perché anche io un po’ di disabilità ce l’ho, ne ho tante. Una di quelle che adesso mi rende un po’ impacciato è il fatto che mi sono scritto un po’ troppo piccolo, confidando nelle slide che avrei dovuto vedere anch’io; ho un po’ troppo piccolo il testo che dovrei leggere, quindi si va un po’ a braccio e datemi i tempi di quando devo concludere. Io vorrei affrontare tre questioni, mi sembra, abbastanza semplici, ma che secondo me e secondo la mia esperienza, sono basilari. Innanzitutto, che cosa intendiamo per disabilità? Quando noi parliamo dei disabili, chi sono i disabili? Io sono disabile? La signora, l’Assessore qui accanto a me è disabile? Vito è disabile? Un anziano è disabile? Da quando si è anziani e disabili? Quando dobbiamo parlare di assistenza sessuale ai disabili, una cosa deve essere chiara: che sia per disabili, perché se non è per disabili sarà altro. E allora, il primo problema è: quando parliamo di disabilità c’è un consenso su questo? Studio la disabilità da circa 15–16 anni e mi rendo conto che non c’è questo consenso unanime, che esistono diversi modelli di disabilità, che come ci insegnava già Goffman, un famoso sociologo che negli anni ‘60 fece storia nel suo famoso testo Stigma, dove diceva che l’identità sociale è un qualcosa che ci viene trasmesso dalla società e ciascuno automaticamente porta una sua identità, che noi sappiamo riconoscere; non abbiamo problemi quando siamo per strada o quando siamo nella quotidianità, quando non ci facciamo problemi riflessi, non abbiamo problemi a sapere se io sono disabile o Vito è disabile. È una falsa domanda questa. Perché? Perché nella complessità della nostra vita quotidiana, il nostro cervello che per quanto capace e ricco sia, in realtà anche lui ha problemi, come il nostro computer oggi, di dover mettere insieme una serie di informazioni che è assolutamente abbondante, infinita. Il nostro cervello non funziona nel mettere in modo sequenziale tutte le informazioni, ma cerca di risolvere i problemi con delle euristiche, cioè con delle chiavi di soluzione di probabilità. Io vedo una persona con una certa capigliatura, bionda, un petto che sembra un seno, penso che è una donna. Se è un transessuale ho bisogno di altre informazioni, lì per lì non posso saperlo. Come dire, il mio cervello non lavora prendendo tutti i particolari mettendoli insieme e traendo conclusioni, ma andando a ricercare nel suo file di memoria quegli schemi che sono probabilisticamente quelli che rispondono meglio al problema a cui sto andando incontro. Per esempio, chi è questa persona? Chi è il disabile? Pertanto ci sono due modi per potere rispondere alla mia domanda, se io sono disabile o Vito è disabile. Ci sono due modi: uno riflesso, uno in questa conferenza. Ed allora, sappiamo bene che la disabilità è un continuum e non esiste nessuno al mondo che sia totalmente abile, così come non esiste nessuno al mondo che sia completamente disabile e che questo è vero non solo in questo preciso istante, ma è vero anche nella diversità dei contesti. Per cui sì - permettimi, Vito - io mi sento molto più abile di te in questo momento e in questo contesto, non fosse altro che mi è più facile salire su questa pedana di quanto non sia a te e di reggere in mano questo microfono se ti è messo troppo lontano dal punto in cui stai parlando. Ma se mi trovassi in una foreste vergine in questo preciso istante, in Amazzonia, queste mie super abilità sarebbero sufficienti alla mia sopravvivenza? Dunque, l’abilità non solo nell’arco della nostra vita o in condizioni fisiche differenti muta e nessuno ha le stesse abilità nello stesso arco di vita, ma cambia nel cambiare dei contesti. D’altra parte, noi non ci facciamo tutti questi problemi, c’è una modalità che non è quella riflessa e che è quella automatica, in cui scatta un modello - come diremmo noi tecnici della psicologia, un freim - uno schema, in cui quando vedo una persona la dico disabile e quando ne vedo un’altra la dico normale, e lo sentiamo anche emotivamente che spesso, quando vedo un disabile, provo un disagio che non incontro quando incontro un non disabile. Qui che modello di disabilità c’è dietro? Generalmente, ce ne sono due: un modello è quello medico che è quello più diffuso; il modello medico è quello che ritiene che la disabilità sia una conseguenza diretta di una menomazione di una malattia o di una menomazione che ha determinato una deficienza nel funzionamento fisico di una persona. Secondo questo modello di disabilità è un modello medico che riduce dunque tutta la disabilità a un fatto puramente corporeo, individuale della persona; se la persona non funziona è a causa della sua malattia, se una persona è disabile è a causa del suo ritardo mentale, se una persona è disabile è perché quella ha le braccia più piccole, ha le gambe che non funzionano. Rispetto a questo modello di disabilità, cioè un modello medico, come viene vista la sessualità? Non esiste! Perché non esiste da un punto di vista del modello medico che generalmente, secondo anche i miei ultimi studi che ho fatto sui modelli di disabilità, anche con sistemi di rilevamento inconscio, inconsapevole, generalmente questo medico è quello che il nostro cervello ha incamerato fin da bambini ed è quello più facile, che sa individuare tra me e te, appunto, se è una donna o non è una donna, se sei un maschio o non sei un maschio, se sei un disabile o non sei un disabile; è soprattutto un modello medico quello che funziona. Ebbene, rispetto a questo modello la sessualità e disabilità non sorge come un problema perché per il medico un problema sussiste soltanto in due casi: o quando c’è da riparare qualche cosa, c’è da guarire qualche cosa, o non esiste quando non c’è da guarire o da riparare qualcosa. Perché la sessualità in genere per un modello medico non esiste? Non esiste perché in genere la sessualità dal punto di vista medico non esiste come problema per un disabile; un disabile non ha un mal funzionamento dal punto di vista fisiologico della sua genitalità; è rarissimo che ci siano se non delle specifiche, tipiche menomazioni che impediscono un corretto funzionamento della genitalità e dell’aspetto fisiologico del funzionamento sessuale della persona, per esempio i mielolesi. Ma in questo caso, e soltanto in questo caso, anche in questa circostanza i medici non possono fare nulla; per un mieloleso, per una persona che ha una paresi dovuta alla lesione della spina dorsale che impedisce non solo la sensibilità nelle parti genitali, parti erogene genitali l’erezione del pene o l’erezione del clitoride o la percezione del contatto fisico, lì il medico non può fare niente, non c’è niente da fare. Quindi, o non fa niente perché se è un down l’erezione del pene è perfetta, non c’è niente da guarire oppure se è un mieloleso non può fare niente perché non riesce a mettere su quello che ormai definitivamente rimarrà giù. Ecco che la disabilità, secondo un modello medico, perde dell’interesse dal punto di vista sessuale. D’altra parte, sappiamo che questo non è vero nella vita, nell’esistenza. Ecco che parlare di assistenza sessuale a me suona un po’ come un recupero della sessualità ancora da una prospettiva un po’ troppo del modello medico. Come dire? È come un’assistenza professionale in qualche modo da riparare qualche cosa che non va, siccome non va la ripariamo, con la riabilitazione, con l’intervento medico, con l’assistenza sessuale; è come se si continuasse, secondo una prospettiva del modello medico, a riparare qualche cosa che non funziona: assistenza sessuale. Poi c’è un altro modello che si oppone a quello del modello medico di disabilità e che è quello del modello sociale. Prima però una cosa ve la voglio leggere. Una persona che critica, per esempio, il modello medico di disabilità e riporta come è stata informata la cultura… Ci sono anche altri modelli, c’è il modello religioso, l’aveva citato anche l’Assessore precedentemente, la visione angelicata della donna e della donna disabile. C’è questa famosa studiosa inglese, la Treymain, la quale scrive un testo molto provocatorio: “Push in the limits, disable dates producer culture (forzare i limiti di lesbiche disabili che producono cultura)”. E scrive questo interessantissimo sillogismo: “Tra gli scrittori attivisti anti-ablest, loro non si ritengono disabili, nemmeno abili, ma anti-abili, anti-normali”. Lei è una disabile anche piuttosto grave. Tra gli scrittori attivisti anti-ablest, cioè il loro gruppo di disabili anti-abili, c’è una opinione comune: che le persone non disabili generalmente considerano le persone disabili come esseri asessuati. Sebbene questa falsità degradi tutte le persone disabili, tuttavia essa ha uno speciale effetto umiliante sulle lesbiche disabili. Ascoltate questo simpatico sillogismo quanto mai drammatico, la ragione che provoca questo è la seguente: “Se si assume che le persone disabili sono asessuate, allora non si può concepire l’esistenza di lesbiche disabili, cioè se le persone disabili sono considerate come esseri asessuati e se le identità lesbiche sono identità sessuate, allora le identità lesbiche disabili sono concettualmente impossibili, non esistono”. Apparentemente la categoria di persona disabile e la categoria di lesbica sono reciprocamente escludenti. Qualcuno potrebbe dire: “Che c’entravano le lesbiche?”. Sì, che c’entravano le lesbiche? Un altro modello è quello del modello sociale. Il modello sociale se vedesse una riunione come questa si strapperebbe le vesti e direbbe: “Qui assistenza ai disabili? Ma quale assistenza ai disabili? Noi non siamo disabili a causa della nostra malattia. Tutti avete delle malattie! Chi di voi non si rivolge a un medico? Chi di voi non fa delle cure? Chi qua dentro non si è mai sentito male? E per questo è un disabile? Chi nell’arco della sua vita non si rivolge costantemente a dei medici? Eppure per questo è disabile?”. No, disabili sono coloro che sono impediti ad una piena partecipazione della vita sociale a causa della loro condizione. È la società che li genera disabili, non il loro corpo. Come diceva Oliver, un estremista del modello sociale: “La disabilità non ha nulla a che fare con il nostro corpo”. Siamo davvero agli antipodi del modello medico, dove la disabilità è solo corpo, è tutto corpo, è tutta malattia, non c’è altro. Io come medico non posso fare altro che guardare e guarire il tuo corpo; la tua anima, i fatti sociali, la tua affettività, sono fatti che non rientrano nel rapporto medico. Il modello sociale dimentica completamente il corpo della persona, non c’è più, c’è soltanto l’identità sociale. La mia disabilità non ha niente a che fare con il mio corpo, la mia disabilità è un costrutto sociale, abbassate le barriere, diminuite le barriere che creano delle classi minorate e di minoranza, e noi non saremo più disabili. Come vivrebbero la disabilità queste persone? Come vedrebbero la sessualità queste persone? Non credo che sarebbero molto d’accordo nel ritenere la necessità di dover fare una assistenza sessuale per disabili, delle sexual surrogasy, perché questo rientrerebbe in un modello che continua una visione ghettizzante della disabilità, ma farebbero caso mai politiche di pari opportunità. Così come tutti gli eterosessuali normali hanno accesso alla prostituzione, così deve essere possibile ad ogni persona disabile avere accesso alla prostituzione. Ecco, allora, alcuni modelli che sono quello australiano, quello danese, quello neozelandese, che hanno portato avanti delle politiche in cui alle persone disabili viene dato un ticket per andare con le prostitute. Io mi fermo qui perchè la mia idea non era quella di dare delle risposte, almeno non in questo momento, poi la mia opinione personale – se mi verrà chiesta - la posso anche dare, ma per dirvi che la complessità innanzitutto è non solo e semplicemente quella di dire: “Quale soluzione troviamo?”, ma a chi la troviamo, per chi la stiamo rivolgendo? Quando diciamo “disabile” a chi ci rivolgiamo e quando diciamo “sessualità” a che cosa ci stiamo riferendo? Grazie.
Stefano MENSURATI – Grazie, professor Federici. Mi sono venute in mente alcune domande, le rivolgo rapidamente in attesa di avere il collegamento con la Svizzera. Si diceva spesso che il disabile è considerato un eterno bambino e quindi come se fosse sostanzialmente indifferente agli stimoli sessuali, cosa che non è. Questo quantomeno viene percepito abitualmente dalle persone che lo circondano. Io a questo proposito vorrei leggervi un altro brano tratto da un libro; ve lo leggo fra un momento, prima le rivolgo questa domanda: “Questa sessualità che, in realtà, è adulta ma non viene percepita dai genitori o comunque dai familiari o dalle persone che sono attorno al disabile, però non c’è anche il rischio contrario, cioè di supporre che venga vissuta in maniera perfettamente cosciente una sessualità in un disabile psichico grave che ha delle pulsioni, ma non ha una coscienza della propria sessualità e che quindi la si voglia assecondare per forza riconducendola a modelli che sono estranei, diciamo, che non ricomprendono la persona disabile grave?”.
Prof. Stefano FEDERICI – Certo, ci saranno livelli diversi in cui va riconosciuto e va soddisfatto questo bisogno e questo diritto all’esercizio della sessualità di ogni essere umano. Tutti siamo disposti a riconoscere alla persona disabile il diritto alla sessualità, il problema è come farglielo esercitare. Per esempio, la Chiesa cattolica, fa molto chic sempre dover citare Giovanni Paolo secondo, soprattutto con le polemiche che ci sono con noi docenti, ebbene che io lo citi, ma lo critico pure però. Lui dice che c’è un diritto nel 2004, disse che dobbiamo dare il diritto alla vita sessuale e affettiva alle persone disabili. Sì, ma come? Perché quando poi l’unica possibilità per esercitare la sessualità è all’interno del rapporto coniugale santificato dal sacramento matrimoniale, sono davvero molto pochi i disabili che potranno avere la possibilità di potere esercitare la propria attività sessuale e soprattutto non quelli con ritardo mentale. E quindi, niente masturbazione? Niente petting? Niente fornicazione? Questo è riconoscere davvero il diritto? Anche se il livello di pienezza della sessualità, di maturità affettiva può essere inferiore, vuol dire che non ci deve essere niente?
Stefano MENSURATI - Ecco, vi volevo leggere, appunto - proprio per capire ancora meglio il punto di vista di chi vive questa situazione davvero frustrante - alcune righe da un libro, “L’Handicap dentro e oltre”, un libro piuttosto vecchio, è dell’83, edito da Feltrinelli, l’autore si chiama Mauro Cameroni, è un giornalista disabile. Egli è un giornalista che in quegli anni condusse molte battaglie con i Radicali e scrive: “Fino a che non parliamo di sesso, non manifestiamo questa naturalissima pulsione, siamo considerati degli Angeli, e l’argomento non viene sfiorato mai perché il sesso è patrimonio esclusivo dei normali, possibilmente superdotati. Ci condizionano a tal punto che ci vergognamo persino di manifestare i nostri istinti naturali, i nostri sentimenti, i nostri affetti. Quando poi rompiamo con queste vergogne e facciamo le nostre legittime richieste di vivere in pieno la nostra vita, allora l’atteggiamento degli altri cambia di colpo; da figure angeliche siamo trasformati in figure perverse, pensano a cose scandalose e che non dovrebbero far parte del nostro mondo, del ruolo che ci è stato assegnato dai normali”.
Ecco, per capire meglio come funziona questo servizio di assistenza sessuale ai disabili, gli amici di “SFIDA” hanno contattato uno di questi assistenti, Lorenzo Fumagalli, uno svizzero di lingua italiana che abbiamo in collegamento telefonico e che saluto: “Buonasera, dottor Fumagalli”.
Dr. Lorenzo FUMAGALLI – Buonasera.
Stefano MENSURATI – Dottor Fumagalli, lei dove vive e che attività svolge nella sua vita quotidiana di tutti i giorni?
Lorenzo FUMAGALLI – Io vivo a Zurigo, in Svizzera, e svolgo l’attività insieme a mia moglie, ho uno studio di medicina alternativa, mia moglie è omeopata e io sono massaggiatore e terapista doorn, una tecnica che si è molto diffusa in Germania e che forse in Italia non si conosce. E’ una tecnica che verte a imporre le vertebre e le articolazioni in linea generale.
Stefano MENSURATI – Lei come si è avvicinato a questa seconda attività?
Lorenzo FUMAGALLI – Mi sono avvicinato, ho letto un articolo su un giornale anni fa, un articolo che cercava degli assistenti sessuali per iniziare una formazione, una formazione che fino ad allora non è mai esistita in tutto il mondo. E’ una formazione che si è organizzata facendo tesoro dell’esperienza della signora Nina Devrisc. In questo modo mi sono avvicinato e sono passato attraverso tutti gli stage ed ho conseguito…
Stefano MENSURATI – Che tipo di preparazione ha ricevuto?
Lorenzo FUMAGALLI – Una preparazione di tipo pratico, psicologico, diciamo che abbiamo svolto questi corsi preparandoci a questa attività soprattutto dal lato emotivo, dal lato psicologico, con possibilità di accesso nel mondo pratico, però questo accesso era abbastanza teorico visto che non c’erano delle persone disabili pronte a offrirsi durante il corso.
Stefano MENSURATI – Sua moglie che cosa ne pensa?
Lorenzo FUMAGALLI – Mia moglie mi sostiene perché in ogni modo non avrei mai iniziato questa attività se mia moglie non mi avesse sostenuto. Addirittura, quel giorno che io ho letto quell’articolo sul giornale lo aveva letto anche lei, non nella stessa sede, lei era in treno, io ero in casa. Quella sera ci siamo trovati e mi diceva: “Guarda, ho letto questo, ho pensato che tu saresti la persona idonea per fare questo”. Questo conferma il fatto che mia moglie è al corrente e non ha assolutamente niente in contrario. Lei dice che lei non potrebbe farlo, ma vede in me una persona idonea a farlo.
Stefano MENSURATI – Gli altri suoi familiari, i suoi amici sono al corrente di questa sua attività?
Lorenzo FUMAGALLI – Io a 46 anni non penso che debba chiedere e informare tutti i miei familiari ed i miei parenti se voglio svolgere un’attività, sono una persona adulta, matura, ho due figli adulti, taluni che ho ritenuto opportuno informare ho informato, altri no. Così faccio per tante altre attività.
Stefano MENSURATI – Senta, in che cosa consiste la prestazione, quanto costa e quanto dura?
Lorenzo FUMAGALLI – Allora, la prestazione consiste nell’assistere la sessualità di una persona disabile che può essere disabile in senso mentale o disabilità in senso fisico. Dura come minimo un’ora e costa 150 franchi. Faccia lei il calcolo in euro.
Stefano MENSURATI – Intorno ai 100 euro.
Lorenzo FUMAGALLI – Comunque, questa domanda è molto tecnica.
Stefano MENSURATI – Non volevo che entrasse nel dettaglio, insomma, solo per farci capire fino a che punto arriva questa assistenza.
Lorenzo FUMAGALLI – Il tempo da noi non viene centellinato al minuto, diamo molto spazio anche alla consultazione con gli educatori, con i genitori, c’è tutto un approccio anche di questo tipo. La prestazione in genere dura da 40 minuti ad un’ora, però poi c’è tutto un clima dopo che va anche preso in considerazione, comunque non tassato, ecco.
Stefano MENSURATI – Senta, si tratta di un’attività in qualche modo riconosciuta dalla legge in Svizzera o no?
Lorenzo FUMAGALLI – In effetti, sì, siamo anche sostenuti dalla Confederazione che dà una sovvenzione, non molto grande ma comunque la dà, per cui la legge svizzera non vieta assolutamente questo tipo di attività, altrimenti non mi permetterei neanche di svolgerla.
Stefano MENSURATI – Secondo lei, sarebbe giusto che questo tipo di assistenza venisse in qualche modo coperta dall’assistenza sociale, cioè venisse in qualche modo rimborsata dalla mutua?
Lorenzo FUMAGALLI – No, assolutamente no, perché la sessualità non è una malattia, non si può far passare o far pagare la Cassa, da noi si chiama la Cassa Malati, sarebbe sbagliato.
Stefano MENSURATI – Intendo dire, se la potessimo comparare a una forma di fisioterapia?
Lorenzo FUMAGALLI – No, neanche lì io sarei tanto d’accordo perché non è una terapia, il diritto alla sessualità può essere terapeutico, come però può esserlo anche per non disabili, però una sessualità vissuta in modo dignitoso e sereno è una buona terapia per tutti. Fin qui siamo tutti concordi, però da lì a fare passare tutto come una terapia è come un po’ un voler nascondersi dietro un qualcosa che è sbagliato. Si può senz’altro fare delle terapie per migliorare, però in questo caso non vedo il senso di farlo passare come una terapia.
Stefano MENSURATI – Lei ha clienti fissi? Torna a trovare spesso le stesse persone?
Lorenzo FUMAGALLI – Sì, la mia clientela è solo fissa, è molto raro incontrare persone che richiedono questa prestazione una volta sola. Anche perché io lavoro soprattutto con donne; le donne ci mettono molto di più degli uomini a prendere in considerazione questo servizio, c’è tutto un processo molto lento, molto profondo che fa sì che una volta che si decidono a contattare me ed i miei colleghi l’hanno fatto con cognizione di causa; per cui normalmente riprendono il discorso poi a scadenze più o meno regolari.
Stefano MENSURATI – Senta, lei parlava di sessualità e non di terapia. Allora, in questo quadro perché non è previsto il rapporto sessuale completo?
Lorenzo FUMAGALLI – Questa è una decisione che spetta soltanto a noi assistenti sessuali. Nel primo corso abbiamo deciso proprio come primo approccio a non comprendere il rapporto completo, però abbiamo anche notato che è un manco se si vuole, perché naturalmente ci sono tanti disabili che richiedono il rapporto completo per soddisfare le loro richieste. Nel secondo corso che si sta svolgendo adesso a Basilea ci sono dei partecipanti che sono predisposti a compiere un rapporto completo. Ogni assistente sessuale può mettere i limiti che vuole.
Stefano MENSURATI – Senta, ma lei nel momento in cui offre una prestazione sessuale in cambio di soldi, come fa a spiegare a se stesso o magari agli altri quando parla con qualcuno che non si tratta di prostituzione? Qual è la differenza, non trattandosi di una terapia, come ha tenuto a sottolineare, ma soltanto di un’assistenza alla sessualità?
Lorenzo FUMAGALLI – Sapendo che lavoro c’è alla base, voglio dire prima dell’assistenza in sé, molto spesso mi incontro con gli educatori, con i genitori, come dicevo prima; molto spesso c’è un colloquio dopo, c’è tutto un approccio che la prostituzione normalmente non può offrire e non offre perché lì ogni minuto è centellinato. Non voglio assolutamente dubitare che ci sia nel mondo della prostituzione delle donne o degli uomini che offrono questa prestazione a persone disabili molto dignitose, molto degne della loro situazione. Possiamo immaginarci che talvolta uno ci mette mezz’ora, per cui questo è un discorso per il quale io non mi reputo di essere immerso nella categoria.
Stefano MENSURATI – Di offrire una prestazione di tipo…?
Lorenzo FUMAGALLI – Io non mi faccio questo problema, al limite se lo fanno gli altri.
Stefano MENSURATI – Lei diceva, appunto, che siccome in realtà non offrite una prestazione sessuale, un rapporto sessuale completo, ma della tenerezza, le chiedevo se non c’è un po’ un rischio che quelle tenerezze costruiscano attorno al disabile un mondo del tutto irreale, finiscano per falsare la realtà, creando un legame affettivo fortissimo dal quale è difficile poi staccarsi. Cioè, non è mai successo che una disabile si sia innamorata di lei visto che questo tipo di tenerezze abitualmente nella sua vita non le riceve?
Lorenzo FUMAGALLI – Questo è un discorso molto importante. È vero, questo succede. Un punto forte della nostra formazione verteva proprio sul fatto del comunicare e questa è una parte che va comunicata in modo molto chiaro ed eventualmente bisogna riprendere il discorso per fare sì che la persona che ci richiede non si illuda che noi possiamo andare oltre, oltre il rapporto. E’ vero, ma è una situazione che capita tutti i giorni in tutti gli uffici, non è una situazione anomala il fatto che qualcuno si possa innamorare di un altro.
Stefano MENSURATI – Sì, però la differenza è che il disabile si trova in una posizione di debolezza, sa che quello è un rapporto in qualche modo anche pagato, perché chiaramente non riesce ad usufruire di queste attenzioni nella sua vita privata normale e quindi ci può essere un travisamento. Io volevo girare questa domanda al professor Federici. Vorrei chiederle, appunto, se può diventare una bolla di sapone che scoppia come dopo quando si è andati con una prostituta; chiaramente, il rapporto può essere in sé appagante, però poi ci si sente più soli di prima.
Prof. Stefano FEDERICI - Il rischio c’è, il rischio credo che sia un rischio reale. Quello di cui dobbiamo stare attenti è che noi indubbiamente ci portiamo dietro una cultura occidentale cattolica romana e che noi quando diciamo “illusione” immaginiamo che la realtà sia quella coniugale familiare, ma non è l’unica possibilità. E quindi, è quello che dicevo precedentemente, che quando parliamo di riconoscimento del diritto e di appagamento del diritto, probabilmente ci possono essere gradi diversi di appagamento e che non c’è soltanto un appagamento totale, maturo e completo o castità. Certo, ci rendiamo conto che in alcune situazioni ci sta una carenza di pienezza, carenza di ricchezza, ma non per questo ci deve essere assenza.
Stefano MENSURATI – Vito, se vuoi rivolgere tu una domanda al dottor Fumagalli, prego.
Segretari provinciale SFIDA - Vito BERTI - Volevo chiedere al dottor Fumagalli: in Italia ha mai ricevuto delle richieste di prestazioni qui in Italia?
Lorenzo FUMAGALLI – Sì, io ho lavorato anche in Italia, certo; sono molto attivo anche in Francia, soprattutto a livello di conferenze e congressi.
Vito BERTI – Quindi, lei ha avuto dei disabili italiani che l’hanno invitata al loro domicilio per effettuare questo tipo di prestazioni?
Lorenzo FUMAGALLI – Esatto, esatto.
Vito BERTI – Grazie.
Stefano MENSURATI – Io ringrazio davvero il dottor Lorenzo Fumagalli per questa importante testimonianza che ci ha fatto capire tante cose, ma credo una delle cose più importanti che un argomento di questo tipo oggettivamente è ostico da trattare e possa essere invece affrontato anche con grande serenità. Grazie, dottor Fumagalli anche per la franchezza con la quale ha risposto alle nostre domande e buona serata.
Lorenzo FUMAGALLI – Grazie a voi ed arrivederci.
Stefano MENSURATI – Prima di passare al ragionamento operativo su cosa si può fare, è un ragionamento che affronteremo naturalmente con gli ospiti politici ed i rappresentanti degli enti locali, io vorrei sentire il parere dell’Avvocato Francesco Risi del Foro di Lecce perché credo che sia importante delineare in maniera chiara il quadro giuridico nel quale siamo chiamati a muoverci. Per farvi capire anche come ci sia una certa confusione in questo ambito, vi leggo la risposta data dalla signora Nina Devrisc, la sessuologa che poi ha istruito questi assistenti sessuali svizzeri, tra i quali Lorenzo Fumagalli che abbiamo sentito poco fa, la risposta alla domanda: se non si sente una prostituta. Lei ha detto: “Certo che se si considera prostituzione ogni prestazione sessuale a pagamento, allora anche la mia lo è. Ma se si pensa che la prostituzione sia sfruttamento delle persone per averne un guadagno economico, allora quello che faccio non ha nulla a che vedere con tutto ciò. Infatti – ha proseguito la signora - se riusciamo a sospendere il giudizio e ci fermiamo a riflettere vediamo in modo diverso il lavoro di chi, con cuore e rispetto, si dedica ad uno scambio di dolcezze e di cure”. Capite naturalmente che il confine con la prostituzione è molto labile ed è anche facile cadere in contraddizione perché la prostituta che non ha uno sfruttatore alle spalle, allora in questo caso non sarebbe una prostituta ed invece lo è perché vende il suo corpo in cambio di soldi. Noi, Avvocato Risi, mi sembra di capire che abbiamo dei problemi aggiuntivi in Italia, perché viviamo in una specie di limbo per quanto riguarda la prostituzione; è proibito l’adescamento, naturalmente sono sanzionati i comportamenti osceni in luogo pubblico, è sanzionato lo sfruttamento della prostituzione, ma prostituirsi in sé – non si capisce bene - è reato o non è reato?
Avv. Francesco RISI - Buonasera a tutti. Quando 15 anni fa circa ho avuto il piacere di conoscere Vito Berti ho conosciuto sì una persona determinata, ma soprattutto una persona che va al cuore dei problemi. Anche gli spunti e le riflessioni di questa sera, il tema che ci viene proposto dal Sindacato Sfida di cui stiamo trattando sono il cuore del problema. Perché? Perché in Italia un po’ abbiamo il vezzo politico, sociale, culturale di nascondere i problemi, ecco perché il cuore del problema. Per rispondere alla domanda del moderatore, diciamo subito con grande chiarezza, spero, con semplicità, che la prostituzione non è un reato, la prostituzione non è lecita, la prostituzione è solo tollerata. Ecco, questo concetto, questo spirito questo approccio, questa tolleranza la dice lunga sul sentimento degli italiani, nella nostra cultura rispetto a questo fenomeno, anche perché poi di fatto i sondaggi e l’opinione pubblica ed anche l’opinione nel privato, divergono molto a seconda dei contesti e delle Assisi. Prostituirsi non è reato, è soltanto un atto non proprio meritevole o un atto che non viene visto di buon occhio. Perché? Perché si parte dal presupposto che la persona che si prostituisce fa mercimonio di quanto è più strettamente legato alla dignità ed alla libertà di una persona, nel senso che prostituirsi vuol dire anche non soltanto mettere davanti - nel senso etimologico del termine, perché la parola “prostituzione” deriva dal latino e significa “mettere davanti, collocare davanti” - rendere merce, offrire un qualcosa che la dignità, il decoro, l’amor proprio vorrebbe che non fosse mai messo in vendita, non fosse mai trattato come una merce. Quindi, dicevo, è una attività tollerata rispetto alla quale però la normativa vigente è datata ormai; tutti noi conosciamo la famosa Legge Merlin, è una legge voluta da una senatrice Socialista, una donna, voluta nonostante tante provocazioni e tante richieste di maggiore proibizionismo, tante richieste di maggiore intolleranza. Questa legge ha - devo dire - un merito tra tanti ed il merito principale è quello di non aver criminalizzato chi si prostituisce. Piuttosto invece si criminalizza ed è penalmente sanzionato tutto un contesto che fa di questa attività uno sfruttamento, un abuso e quindi è vietata ed è penalmente rilevante anche un semplice atteggiamento di tolleranza. In questo caso l’esperienza del dottor Fumagalli, per esempio, quella che abbiamo sentito, molto interessante, dal mio punto di vista - consentitemi un’opinione personale, un po’ contraddittoria, ma comunque molto interessante - espone gli aspetti più importanti di questa vicenda. Il dottor Fumagalli in Italia - lo ha dichiarato lui e di questo gli rendiamo merito - riceve delle richieste di prestazioni. In Italia una attività uno studio di prestazione sessuale remunerata non sarebbe possibile, non sarebbe lecito, perché? Perché abbiamo detto che l’attività in sé della prostituzione non è illecita, è tollerata, però comunque viene sanzionato il semplice tollerare, perché un luogo che in cui si svolga una attività sessuale remunerata viene chiamato tecnicamente con il termine di induzione alla prostituzione e questo è vietato. E’ vietato indurre alla prostituzione, cioè sapere che in una camera di albergo si svolga abitualmente attività sessuale remunerata è illecito penale. Diciamo che il livello di sanzione, il livello di protezione sociale è molto basso in questa materia. Addirittura, ove si consideri che semplicemente indurre qualcuno alla prostituzione senza aver per ciò uno scopo di lucro è vietato, anche se non questo penalmente sanzionato, ma è un illecito amministrativo. Questo ci riporta al problema principale, cioè al ticket per le prestazioni sessuali degli assistenti sessuali alle persone gravemente disabili. Questo purtroppo in Italia al momento della legislazione vigente non è possibile. Occorre fare uno sforzo, occorre che la nostra classe politica finalmente assuma delle responsabilità sul punto, perché sappiate che la legislazione e la Legge Merlin cui facevamo riferimento è del 1958, cioè sono passati quasi 50 anni senza che la classe politica abbia affrontato nuovamente il problema, come se il problema non esistesse. In realtà, in questi 50 anni quasi ci sono state molte proposte di legge, addirittura c’è stato un disegno di legge, quindi approvato da un Governo. Ma non c’è stata mai la possibilità che l’Assemblea, il Parlamento discuta una proposta di legge. Questo perché? Non me ne voglia l’Onorevole Lisi, stavo giusto specificando che il collega Lisi è una persona che invece manifesta molta sensibilità e più volte lo vedo come relatore. Quindi, per tornare all’argomento principale: prostituirsi, mettere in vendita una attività sessuale remunerata è un comportamento che viene considerato e valutato come idoneo a ledere la dignità e la sensibilità della stessa persona che offre la prestazione sessuale. Quindi, un soggetto con handicap grave che volesse servirsi di una prestazione sessuale a pagamento dovrebbe farlo di nascosto, dovrebbe farlo non potendo utilizzare alcuna struttura pubblica, alcun ticket, alcuna protezione, alcun senso di normalità.
Stefano MENSURATI – Avvocato, grazie per questo suo intervento, non so se vuole aggiungere rapidamente qualcos’altro prima di concludere.
Avv. Francesco RISI - Sì, vorrei concludere con una piccola riflessione. Cioè, le proposte di legge sono tante, abbiamo detto, e la materia è complessa, però credo che la confusione sia determinata più dalla mancanza di chiarezza degli obiettivi che si vogliono raggiungere. Mi spiego meglio: se qualcuno nelle Assisi importanti quali il Parlamento, altre Assisi Regionali e Comunali, cominciasse a parlare di questi problemi dal punto di vista della sessualità dei disabili gravi, potrebbe far sì che il problema si arricchisse di questo elemento, e cioè è possibile se non arrivare a una abrogazione della Legge Merlin, quantomeno rilevare delle zone di confine che possano giustificare - perché la coscienza collettiva questo forse lo richiede - una attività sessuale, sia pure remunerata, in favore di un soggetto disabile grave, come una attività che non potrà mai avere il crisma della legalità, ma quantomeno non dovrebbe comportare la punizione della struttura e del soggetto che tollera una prestazione di questo tipo. Quindi, almeno su questo un piccolo passo bisogna farlo.
Stefano MENSURATI - Grazie all’Avvocato. Io a questo punto ascolterei il parere di Vito Berti che oltre ad avere organizzato questo convegno, gli do veramente atto del grande impegno e anche del grande risultato perché - come dicevo all’inizio - questi temi abitualmente non vengono trattati, dobbiamo dire che l’incontro di questa sera rappresenti una eccezione qui in Italia. Ecco, volevo sentire proprio dalla sua voce come viene vissuta questa problematica nel mondo della disabilità.
Stefano MENSURATI - Facciamo un grosso applauso a Vito Berti, Segretario Provinciale di SFIDA di Lecce. Il suo impegno è ammirevole ed anche questo suo interessamento per la categoria, complimenti.
Vito BERTI - Volevo ringraziarti personalmente davanti a tutti, ringraziare l’Onorevole Lisi perché ogni volta è stato sempre disponibile e per l’ennesima volta ha promesso ed è venuto e questo è peritoso; vorrei anche sotto un certo aspetto sottolineare la mancanza della Regione Puglia. La volta scorsa - dobbiamo dare atto al Presidente Vendola che è persona sensibile - partecipò ad un nostro dibattito, si parlava di assistenza domiciliare alle persone disabili. In quel caso, appunto, il Presidente Vendola partecipò e noi di questo lo ringraziamo. In questa occasione non ha potuto partecipare per problemi familiari e lo comprendiamo quando si tratta di queste cose, comprendiamo perfettamente. Ci duole sottolineare però l’assenza della Regione Puglia che è un silenzio assordante.
Stefano MENSURATI - Si sarebbe potuto mandare qualcuno in suo sostituzione.
Vito BERTI - Noi lavoriamo a questo incontro-dibattito da tre mesi, tre mesi di intenso lavoro, io credo che la Regione abbia il dovere in questi casi, perlomeno di regalarci la sua presenza, in qualsiasi forma; scusate, ma questa cosa è importante, per un atto di giustizia nei confronti di tutti quelli che hanno collaborato e quindi non soltanto io, ma tutti gli altri. Grazie mille.
Stefano MENSURATI - A questo punto avrei fatto una panoramica, appunto, politica con il Parlamento, la Regione, la Provincia, solo che abbiamo soltanto il Parlamento che non è poco, per carità, ma visto che la Regione viene amministrata… C’è il Consigliere Regionale Manni, un Consigliere Regionale. È importante la presenza della Regione perché le Regioni hanno potere ormai quasi esclusivo in materia di Sanità e quindi da questo punto di vista magari un contribuito è importante anche riceverlo da questo ente.
Ing. Andrea RICCIARDI - Scusate, giusto per una questione di chiarezza. Il Presidente Vendola non è potuto venire, lo doveva sostituire l’Assessore Elena Gentile, che mi ha telefonato durante il viaggio perché era rimasta bloccata a Roma, all’aeroporto, giusto per una questione di correttezza. Vendola aveva delegato l’Assessore Elena Gentile, Assessore Regionale alle Politiche Sociali che a sua volta aveva dato la sua disponibilità, però per problemi di volo è rimasta bloccata a Roma, giusto per chiarezza .
Stefano MENSURATI – Va bene. Sentiamo che cosa si può fare a livello nazionale, diciamo, a livello parlamentare per affrontare questo tipo di problematica e lo sentiamo dalla voce dell’Onorevole Ugo lisi, membro della Commissione Affari Sociali della Camera, che è qui non soltanto nella sua veste ufficiale ma anche perché - come diceva Vito Berti - è anche una persona molto sensibile alle problematiche della disabilità e si è sempre impegnato a fondo in questa direzione, quindi può parlarne con cognizione di causa. Prego, Onorevole Lisi.
On. Ugo LISI – Grazie, buonasera a tutti quanti voi. Naturalmente, un saluto particolare agli ospiti, come il professore Federici, come lo stesso moderatore e come anche il Presidente o Segretario Nazionale del Sindacato Famiglie Italiane Diverse Abilità. Ringrazio naturalmente, non sono di rito, ma sono sentiti i ringraziamenti per Vito Berti, che permette a me di accrescere il mio now-how, le mie esperienze nel mondo dei diversamente abili, e quindi è una guida sicura per chi vuole fare qualcosa e spesse volte non riesce non per propria incapacità. Non sono un tuttologo, non sono un mostro di bravura, ma proprio perché spesse volte manca il confronto, perché non è la serata in esame. Non sto facendo alcuna polemica, per diversi altri aspetti, altri convegni, caro Vito, tutte le volte che mi avete invitato - tranne quella in cui c’era Nichi - le altre volte io ho trovato il deserto, cioè uno spicchio del panorama lei ha potuto vedere. Questa è una costante che inizia un po’ a preoccuparmi perché non si può poi colpevolizzare chi è presente o la parte politica che è sempre presente o la persona che risponde rispetto ad altri, ma non è il caso di questa sera, è una preoccupazione che si inquadra in un progetto della Sfida, che è quello di fare delle sfide mensili, trimestrali, dei convegni, come quello vicino alla stazione di Galatina. Noi abbiamo cercato di dare delle risposte, ad esempio, sulle possibilità per i diversamente abili di sostenere l’esame per la patente di guida. Può sembrare anche quella una sciocchezza, ma quando una Motorizzazione non ha uno strumento, un mezzo, il genitore non è che può spendere 50 mila euro direttamente, non sapendo se un figlio si può prendere la patente, se riesce a prenderla o meno. Noi stiamo cercando di ovviare in altre forme. Poi lo dirai tu magari che cosa stiamo facendo - una raccolta fondi - senza gli enti, senza le istituzioni, senza la politica. Lo stiamo facendo con il cuore, per fatti nostri. Ed allora, ognuno si assuma la proprie responsabilità. Grazie, Piero, che sei qua, perché dai manforte a chi vuole lavorare, al di là degli steccati ideologici. Cari amici, io voglio iniziare dalla fine, scusate se io sono così, ma io lo faccio con passione e quando mi sono trovato solo nella finanziaria 2007, chi ha fatto l’unico ordine del giorno o documento sulle non-autosufficienze, dicevo all’Assessore, sono stato io insieme a un’altra collega, degli altri non si è permesso nessuno di parlare e di prendere la parola per vedere se finalmente mettiamo mano alla legge sulle non-autosufficiente d’Italia. E’ da anni che l’aspettiamo: Catia Zanotti, io, siamo pochissime persone. Questa è la realtà, le altre sono chiacchiere, almeno per quanto mi riguarda. Non penso che la SFIDA voglia riempirsi o i familiari… Ed allora, voglio iniziare proprio da una intervista che io ho estratto, perché grazie a Vito io mi sono erudito, quindi ho acquisito un bagaglio per questa sera. Sono venuto sicuramente, non dico preparatissimo, ma almeno so di che cosa sto parlando. Voglio iniziare con un’intervista a Marcell Nius, francese, che o